Hara-Kiri: Death of a Samurai

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harakiriAvvicinarsi per due volte di seguito al remake di un classico può apparire opera rischiosa, ma il regista Miike Takashi non sembra essere personaggio tale da tirarsi indietro di fronte ad una sfida. Così inizialmente opera il rifacimento dello splendido 13 Assassini con un notevole successo e una sorprendente capacità di adattamento; probabilmente il tutto dovuto al fatto che il materiale di partenza si prestava forse ad un rimodernamento e personalizzazione, forte anche del fatto di possedere una sezione finale aperta a numerose invenzioni vivaci e permeate d’azione. Sicuramente era invece più difficile avvicinarsi con rispetto e capacità ad un remake del classico Harakiri, uno dei chanbara più riusciti della storia, un classico magistrale e senza tempo. Per farlo la Shochiku non bada quindi a spese partendo dalle riprese in 3D (inutile a dire il vero) che renderà così l’opera il primo film in 3D a partecipare in concorso al Festival di Cannes (2011), cinquanta anni dopo il Gran Premio della Giuria dell’originale. Offre poi al regista la possibilità di fruire di location e ricostruzioni di set maestosi e dettagliatissimi, di potersi permettere alle musiche un compositore del calibro di Ryuichi Sakamoto e di poter pescare alcuni tra i più bravi attori giapponesi tra cui il capace Koji Yakusho (Kairo, The Woodsman and the Rain).
Nel confronto con il pioniere due sono le armi maggiori in mano al regista e che vincono e reggono il confronto; la fotografia, ispiratissima, funerea e magistrale ad opera di Kita Nobuyasu (un fedele di Miike, sua anche in 13 Assassini e altri suoi film) e una messa in scena pacata, a sottrarre e controllata che non scivola quasi mai. Un buon film, quindi, che ha riscosso un buon riscontro di pubblico specie tra chi non conosceva adeguatamente il classico. Ma il confronto con il primo film di Kobayashi è però impietoso e il film di Miike ne esce stritolato.
Per primo è l’adattamento a risentirne, non così ispirato come in 13 Assassini; il regista si adegua e segue mimetico la storia ma non la struttura. Il vecchio film era un continuo frullato di sezioni narrative, di blocchi, di salti avanti e indietro nel tempo. Questo film, invece, prosegue quasi interamente in forma cronologica, scordandosi per quasi un’ora la contemporaneità, narrando il flashback. A differenza di 13 Assassini, poi, ogni sua aggiunta personale questa volta è lesiva e peggiorativa fino addirittura a modificare il senso nichilista e disperato del film originario. La versione Miikiana sembra quasi una imitazione “for dummies” o apertamente per un pubblico occidentale, tanto viene smussata la patina di perturbante storico e morale; alleggerimento del carico morale dei villain, levità della visione sovversiva verso il potere e minore forza inserita nel contesto della via del samurai e relative riflessioni sulla spada, tant’è che il combattimento finale con la lama di legno ha minore senso ed efficacia del disperato scontro finale del pioniere contro i fucili del nemico. Il film è anche maggiormente “spiegato” e i personaggi più slegati da vincoli del clan, più reattivi e partecipativi; manca la rigida fissità e non partecipazione degli spettatori del seppuku. Inoltre la finezza; Miike seppur delicato o fine resta comunque un regista dall’impatto spigoloso e ruvido, cosa che non si adatta affatto a questa opera; il rigore dei personaggi, la loro introspezione, l’attenzione alle piccole cose e ai piccoli gesti sono spesso messi da parte in nome di una rilassatezza di foga verso lo spettatore. Sicuramente nel remake il regista adotta delle inaspettate scelte impopolari abbandonando quel poco di spettacolare e vivace che c’era nel classico, ovvero il grande duello con la katana (qui la spada di legno) e lo scontro finale tra l’erba e il vento, epocale. Bisogna ammettere che tale scelta non risulta assolutamente vincente (né molto intelligente a dire il vero).
Infine, seppur con un cast stellare a disposizione, nulla può Miike per ovviare al confronto con quei monumenti del passato; anche il grande nome del teatro locale, il giovane Ichikawa Ebizō XI, non riesce a reggere contro il carisma e la calibratissima recitazione di quel maestro di Tatsuya Nakadai, icona scolpita e macchina di carisma senza tempo. Dopo il film Miike ha cambiato comunque strada infilandosi in progetti per ora diametralmente opposti a questo.

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