La Foresta dei Pugnali Volanti

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La Foresta dei Pugnali VolantiAttenendoci a quello che scrive una fonte comunque discutibile come “l’internet movie database’, ” Zhang Yimou è parte della quinta generazione di cineasti cinesi che hanno iniziato a fare film dopo la rivoluzione culturale”.
Zhang Yimou se ne stava nella sua Cina a fare film autoriali di discreto successo export, quando, non si sa bene come, finì con la propria partner Gong Li, nel 1990 a recitare in un film diretto da Ching Siu-tung e prodotto da Tsui Hark, A Terracotta Warrior. Lì interpretava, con una certa ironia mista a goffaggine, un guerriero del passato risvegliato da un lungo sonno per cercare la sua donna nel  mondo moderno. Ora, sarà il gusto del “genere” rispetto all’autorialità che gli è rimasto nel sangue, sarà il carisma del produttore e del regista o forse sarà l’estremo successo riscosso dal film (settimo incasso dell’anno addirittura avanti a Swordsman e A Chinese Ghost Story II, otto nomination agli HKFA e numerosi premi) ma quindici anni dopo decide di tornare a percorrere quelle zone idilliache e remunerative in seguito al boom del genere seguito al succeso del film La Tigre e il Dragone.
Parlare di un film del genere, appartenente ad un filone classico del cinema di Hong Kong, il wuxiapian, distribuito però con potenza produttiva in tutto il mondo necessita di un certo autocontrollo.
Il ragionamento da purista delle arti marziali che riflette sul declino di un genere è già pubblicato su Asian Feast e si trova in questa pagina.
Rispetto al precedente Hero che rasentava la perfezione formale questo film è decisamente deludente. Rispetto al genere classico vale la stessa identica considerazione. Preso come film in sè è colmo di lacune di scrittura, ma può comunque divertire uno spettatore che non conosca il cinema di Hong Kong. Anche a livello di postproduzione un filtro verde non basta a fare una fotografia ricercata, il 3D varia da livelli altamente soddisfacenti (le continue traiettorie dei pugnali nell’aria) ad altri pessimi di postproduzione. La sceneggiatura narra l’ennesima storia d’amore improbabile, cara al regista (esattamente come in La Strada Verso Casa), le scenografie non sorprendono più, i costumi sono ottimi e gli attori bravissimi (su tutti domina un grande Andy Lau) anche se Zhang Ziyi è estremamente goffa. Le coreografie sono buone, ma non poteva essere altrimenti visto che portano la firma di un coreografo come Ching Siu-tung (regista di A Terracotta Warriors, tutto torna…) anche se hanno perso tutto il furore e il mordente di un tempo, ed è questo il difetto maggiore del film, una assoluta perdita di impatto dei corpi, una visione asettica dello scontro che distacca lo spettatore da ogni coinvolgimento. La si potrebbe anche vedere come una scelta stilistica ma, aimè, non funziona; anche John Woo ha spinto lo scontro balistico fino alla totale stilizzazione, trasfigurandolo in un balletto, ma mai è venuta meno la violenza stessa dell’impatto e la presenza assolutamente palpabile del dolore e della morte.
Il nostro sembra un accanimento quasi eccessivo, certo, non si possono negare i pregi del film a partire da una certa ricerca sonora. Ma è davvero un peccato vedere utilizzate numerose trovate anche narrative molto care e tipiche del cinema di Hong Kong in un intreccio che oltre a valorizzarle poco, svende istantaneamente quelle presenti in tanti film del passato. The House of the Flying Daggers è un film che si rifà vistosamente al passato (si nota ossessivamente la ricerca di uno stile alla King Hu) ma il risultato finale è quello di un film nuovo che sembra un brutto film vecchio. Sembra un restauro della Celestial di un vecchio Shaw Brothers minore, riuscito male. E siamo assolutamente certi che se fosse uscito negli anni ’70, quegli anni che il film seduce continuamente, non avrebbe avuto affatto successo, stritolato dai capolavori di numerosi maestri, primo tra tutti proprio King Hu. A questo punto un tuffo nel passato cinematografico di Hong Kong potrebbe essere un’ottima cura di disintossicazione.
Sui titoli di coda una dedica alla memoria di Anita Mui, potenziale attrice del film scomparsa prematuramente.

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