Mr. Six

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Se in un decennio la Cina ha rimesso in piedi il proprio cinema rendendolo ormai uno dei più economicamente rilevanti al mondo (almeno osservando i continui record battuti nel 2015 e agli inizi del 2016) sembra anche stia inaugurando un altro decennio in cui alleggerire per gradi la stretta su temi in passato tabù per permettere la produzione di un cinema più vario e sfaccettato. E dire che fino ad un decennio fa non esistevano horror, film erotici, era bandito ogni tema sovrannaturale e le censure erano all’ordine del giorno. Ora invece mentre è in atto un boom dell’horror con una sovrapproduzione di cui non si sta accorgendo nessuno in occidente, il cinema diventa anche specchio di riflessioni poco allineate e amare. Un cinema che sta via via diventando più politico e sociale. Succede quindi che mentre Tsui Hark basava il suo ottimo The Taking of Tiger Mountain sul concetto di sacrificio degli antenati in virtù del benessere dei discendenti, Wuershan nel suo medio Mojin: The Lost Legend metteva in discussione gli atti dei combattenti della rivoluzione culturale e John Woo, almeno parzialmente, infilava empatia verso la “destra” del Kuomintang in The Crossing.
Mr. Six lavora sullo stesso materiale. E’ una visione del passato appesantito e virtuoso che si confronta con la Cina moderna. Un vecchio gangster col proprio codice morale che vive nel suo paradiso di giustizia ambientato in un hutong di Pechino deve confrontarsi con i capricciosi e violenti figli viziati dei nuovi ricchi.
Il paragone è lapalissiano; da una parte il passato anche architettonico degli hutong e delle professioni che lì si svolgono, delle persone vecchio stampo che ci vivono, con gli svaghi tipici del popolo, come andare a pattinare sul lago ghiacciato del Palazzo d’Estate. Dall’altra i grattacieli dei ricchi, i loro figli griffati e i loro hobby del calibro delle corse automobilistiche su auto di lusso.
Il regista Guan Hu ci aveva deliziato in passato con il sontuoso Design of Death. E siamo felici di non vederlo prendere la strada del blockbuster effettato che annulla stile e personalità intrapresa da tanti colleghi. Lo troviamo invece alle redini di un film crepuscolare e agrodolce, un po’ disperato, un po’ lucido e malinconico, con qualche tocco di surrealismo. Molta scrittura, diverse gocce di classe, anche se il successo (uscito a Natale ha incassato 137 milioni di dollari americani) è per metà evocato dalla presenza come attore del regista Feng Xiaogang (Aftershock, If You are the One) in una performance intensa, sofferta e memorabile. La Cina così riesce nel 2015 ad allargare il suo bacino di varietà a livello di temi e generi e con Mr. Six mostra un’altra strada molto personale regalando un grande film intimo, che gioca abilmente con le strade naturali di Pechino, dal Summer Palace agli hutong vicino la Drum Tower. E la breve sequenza in cui Feng Xiaogang e Zhang Han-Yu vanno in bicicletta per le strade bagnate di Pechino fischiettando Bella Ciao, tra colori e riflessi di sezioni architettoniche, resta una delle sequenze più ispirate del 2015 cinematografico.

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