Natural City

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Natural CityOrmai ai colossal coreani bisogna guardare con timore, e non il timore reverenziale che certe pellicole possono suscitare, bensì col timore di doversi beccare un’ennesima volta un “polpettone alla computer grafica”. E il nuovo Natural City è una conferma di questa inarrestabile abitudine che abbiamo già visto in pellicole come Resurrection of the Little Match Girl e Yesterday.
Che cosa sono i film coreani high budget? Un’inutile accozzaglia di cose viste e riviste, luoghi comuni, personaggi standardizzati ma belli, talmente belli da vedere, che chi è abituato al cinema statunitense potrebbe passarsi gioiosamente le due ore della proiezione. E la bellezza è data dalle risorse, dalla quasi perfezione tecnica nell’uso del 3d e del composit e, soprattutto, da una strepitosa cura dell’immagine; peccato che sia la freschezza, in questo caso, a risentirne.

Siamo in un periodo non precisato del futuro, in una città ipertecnologica che sovrasta dei quartieri poveri in stile Chinatown. Tra le bancherelle di cibo sfrigolante, le ronde della polizia e gli annunci continui da mega schermi su astronavi, che invitano tutti a raggiungere delle lontane “colonie” spaziali, si consuma l’opera illegale di trafficanti d’organi per cyborg. Il protagonista, uno dei migliori fra i poliziotti della squadra speciale, ha dei grossi problemi, perché la cyborg di cui si è innamorato è in scadenza e il suo unico scopo è quello di salvarla. Nel frattempo un affascinante cyborg da combattimento si è messo contro la legge per poter avere ciò che tutti i cyborg desiderano: una vita più lunga. Ed è così che, affiancato da una ex-cyborg prostituta, modificata per essere una perfetta combattente, viene braccato dai corpi speciali, entrando in confronto diretto col protagonista.

Se anche voi avete l’impressione di aver già visto questo film, vi sbagliate. Questa è la trama di Natural City, anche se è paurosamente simile a Blade Runner; per non parlare dei combattimenti in stile Matrix che quasi si sprecano al suo interno.Con un film del genere bisogna solo fare una scelta prima di iniziare la visione: avere un approccio lobotomizzato oppure un approccio standard. L’approccio standard, ovvero quello di uno spettatore medio, magari interessato al filone fantascientifico, con un minimo di senso della narrazione e del ritmo, porterà ad una fatica a rimanere in sala fino alla fine. È incredibile, infatti, come un minuto coreano appaia in realtà come un 5/6 minuti solari, e come ogni scena del film sia un plagio del vecchio capolavoro di Ridley Scott. Se invece ci si presenta con un approccio lobotomizzato, scordandosi di aver visto qualsiasi altro film prima di questo, scordandosi che un countdown di solito dovrebbe mettere ansia e non durare tre quarti d’ora, probabilmente ci si divertirà molto. È una pellicola in stile hollywoodiano, né più né meno di tanti altri film fantascientifici usciti negli ultimi anni dagli Studios americani. La cosa che dà fastidio alla fine è che delle bellissime pellicole, che la Corea produce ogni anno, vengano gettate nel dimenticatoio per colpa di “spettacolari e visivamente perfette scartine” come questa. Quasi quasi si esce dalla sala e si rimpiange Doggy Poo

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