The Great Yokai War

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Yokai DaisensoIl giovane Tadashi, trasferitosi da poco con la madre e il nonno in un piccolo villaggio, durante una festa paesana viene prescelto per essere il cavaliere del Kirin, tutore della pace e amico della giustizia. Il bambino si imbatte quindi in un piccolo spirito della foresta, da lui ribattezzato Sunekosuri, per poi incontrare il resto degli Yokai, gli spiriti del folklore giapponese, che lo mettono a conoscenza dell’esistenza del malvagio Kato, ricettacolo del rancore degli uomini, che progetta di schiavizzare gli Yokai buoni e trasformarli in mostruose creature da utilizzare per combattere l’umanità. Come narra la leggenda, solo il cavaliere del Kirin potrà evitare la battaglia e riportare la pace nel mondo…

Ancora una volta, Miike riesce a spiazzare e sorprendere con questo Yokai Daisenso, il film che in assoluto ha richiesto più risorse (sia di tempo che di denaro) per essere realizzato, all’interno della sua corposa filmografia. Un anno di tempo è stato necessario per la sua realizzazione, senza contare i tempi per la stesura della sceneggiatura (alla quale ha collaborato il regista stesso)e un budget di dieci milioni di euro, per girare – in occasione del sessantesimo anniversario della casa di produzione Kadokawa – questa favola fantasy. Un film, ancora una volta, unico all’interno della filmografia miikiana, che non fa altro che confermare quanto l’atipicità possa essere considerata una delle caratteristiche principali del regista. Lontano dalla furia votata all’eccesso del precedente Izo, Yokai Daisenso è un film avvolto in un velo magico e fatato, sospeso nel tempo, che si rivolge benissimo (anche) ad un pubblico giovane e immaturo. E l’adulto che si cimenti in questa affascinante visione si prepari a (ri)scoprire lo stupore della fanciullezza innanzi a cotanta meraviglia: Yokai Daisenso fa tornare tutti un po’ bambini. Il fatto che gli spiriti siano visibili solamente dai puri di cuore, mette immediatamente lo spettatore sullo stesso piano di Tadashi (nota di merito per il bravissimo Kamiki Ryunosuke, giovane e promettente): l’intera vicenda è filtrata dal punto di vista soggettivo del bambino, che per tutto il film è in grado di vedere gli spiriti mentre nel finale – che coincide con il passaggio dall’infanzia all’età adulta – non lo è più. E’ facile notare come la tematica del confronto tra infanzia (innocenza) ed età adulta (colpa) sia qui ben presente, dove Tadashi, che affronta una guerra a fianco degli Yokai buoni, rimane praticamente illeso, mentre gli adulti colpevoli che col loro rancore alimentano il potere di Kato, sono vulnerabili alla morte. Ma anche le altre tematiche tipicamente miikiane trovano ampio spazio in questa favola: Tadashi è l’ennesimo esempio di individuo senza radici, visto che è appena arrivato in paese dalla città, non è accettato dai suoi coetanei (come si evince dalle scene in cui questi lo canzonano), vive solo con la madre alcolizzata e con il nonno (il glorioso Sugawara Bunta, interprete in passato di innumerevoli yakuza-eiga di Fukasaku Kinji), mentre il padre non si capisce bene che fine abbia fatto e la sorella è rimasta a vivere in città. Ed è proprio questa sua situazione di solitudine e mancanza di un ambiente familiare che lo porta a formare un gruppo con gli Yokai, anche essi dei paria, costretti a nascondersi dallo sguardo degli uomini che popolano la terra e che stanno progressivamente usurpando i territori dove gli spiriti hanno sempre vissuto. Anche la componente ecologica è ben in vista, e non può non avvicinare Yokai Daisenso ai lavori di Miyazaki Hayao, pur non giungendo ai livelli di lirismo propri dei lavori dello studio Ghibli. Il fatto che i cattivi siano creature ibride tra Yokai e materia inanimata, formata dai più disparati rifiuti tecnologici dell’uomo e risentiti (!) perché abbandonati dopo il loro utilizzo (o meglio, sfruttamento), ha una portata di carattere rivoluzionario; lo sviluppo tecnologico ha un che di malvagio, cupo, freddo e morto, in contrapposizione al mondo naturale, verde, luminoso e vivo, popolato da creature buone e amichevoli.“ Quelli che buttano via il loro passato non hanno futuro”, racconta uno Yokai ad uno stupefatto Tadashi, e da questa frase si può comprendere (oltre al fatto di quanto possa essere triste disfarsi delle cose che non servono più) come Miike abbia voluto girare un film che metta in risalto l’assoluta importanza delle tradizioni, in una sorta di risposta giapponese al vizio del cinema occidentale di portare sullo schermo vicende che si riallacciano esclusivamente alla tradizione, appunto, occidentale. Al di là dell’aspetto tematico e soffermandosi semplicemente sulle immagini che passano sullo schermo, Yokai Daisenso è strabiliante. I quattrini spesi per realizzare quest’opera monumentale si vedono eccome, dalle ambientazioni a cavallo tra post atomico e steampunk per quanto riguarda i desolati paesaggi (tra Kyashan – La Rinascita e Dragon Head) dai quali provengono i “cattivi” alle innumerevoli creature che compaiono nel film. Gli interni della mostruosa nave-creatura-golia di Kato dove gli Yokai vengono imprigionati e trasformati in sanguinari e mostruosi schiavi è un incubo meccanico, artificiale, puzzolente di olio da macchina e combustibile, in contrapposizione col mondo lussureggiante dove vivono gli Yokai, circondati dal verde, dall’acqua e dalle montagne. Le creature sono una più bella dell’altra, realizzate in maniera sopraffina, la CGI non è per niente invasiva ma si integra alla perfezione al tutto, si guardi ad esempio la strabiliante donna dal collo lungo o l’uomo col testone: e il bello sta nell’immergersi in questa fiaba e pensare, anche solo per un attimo, che da qualche parte possano davvero esistere creature del genere. Il cast si attiene su ottimi livelli: oltre al sopracitato Kamiki Ryunosuke e a Sugawara Bunta, che non ha bisogno di presentazioni, in Yokai Daisenso figura anche Kuriyama Chiaki (Battle Royale, Kill Bill), che impersona Agi, uno Yokai corrotto passato dalla parte dei cattivi, più una serie di regular miikiani come Takenaka Naoto o Endo Kenichi, cammuffati da Yokai. In Yokai Daisenso, la vena ironica caratteristica del regista ha modo di emergere ancora più prepotentemente rispetto ad altri lavori, inzuppando il film di in-jokes e citazioni (quella “ingombrante” di Gamera svetta su tutte) che purtroppo verranno colte solo parzialmente da chi non conosce profondamente usi e costumi nipponici, ma tant’è: il film rimane comunque un’esperienza appagante che nelle sue due ore abbondanti di durata tiene incollati alla poltrona della sala cinematografica senza che vi sia un solo attimo di cedimento.


A seguire, immagini di Yokai tradizionali:

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