Three Sisters

Voto dell'autore: 3/5
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non dispoWang Bing è un terrorista dell’immagine, un regista d’azzardo e d’attacco che scardina i canoni del linguaggio cinematografico ogni volta che impugna la macchina da presa. Non ci si può spiegare altrimenti la sua filmografia. Documentari lunghissimi, dalle nove alle quattordici ore, e un film come The Ditch di potenza sconvolgente sono frutto di un’idea di cinema assolutamente battagliera. Nel variopinto e ricco panorama del cinema indipendente cinese, Wang Bing è un cecchino. La sua cinepresa di precisione puntata direttamente sul volto scomodo della Cina. Wang Bing mostra, con uno sguardo crudo e ravvicinatissimo, cosa ne è della Cina di oggi, quella trasformata dalla Rivoluzione Culturale prima e dall’imposizione del capitalismo e del libero mercato poi. The Ditch merita un discorso a parte, ma in tutti i suoi documentari, in cui si va ad aggiungere Three Sisters vincitore degli Orizzonti della 69esima Mostra del Cinema di Venezia, è questo che balza all’occhio. Lui stesso ci ha dichiarato che non vuole fare cinema politico o apertamente critico, la scelta dei soggetti gli viene del tutto naturale ed è un caso che ogni volta restituisca una Cina scomoda.

Three Sisters nasce dalla morte di un caro amico di Wang Bing. Ripercorrendo la strada che lo portava a casa del defunto, a in zona a tremila metri d’altezza, il regista è stato accolto dalle tre sorelle. La loro condizione e la loro capacità di sopravvivere nonostante tutto lo hanno profondamente colpito. Tornato a casa, ha deciso in breve tempo quale sarebbe stato il materiale per il suo prossimo lavoro. Three Sisters accoglie nelle sue due ore e mezza ben sei mesi della vita delle sorelline. Senza un inizio preciso, senza una fine precisa, il documentario segue le bambine durante le loro durissime giornate. A dieci anni Ying già lavora nei campi e tiene a bada le più piccole, le quali di tanto in tanto si occupano di recuperare gli svariati animali del nonno: galline, maiali, cani, pecore. Unico cibo a quelle altitudini: patate. La scuola è troppo lontana per le bambine, il padre per andare a lavorare deve allontanarsi da casa per anni.

Queste sono le disperate condizioni che Wang Bing cattura, sia inseguendo con una pericolante camera a mano le sue protagoniste, sia piantando ben fissa la macchina da presa lasciando che trasmetta esattamente quello che succede senza il suo intervento. Si può parlare di cinema? Anche confinandola nei limiti del documentario, l’opera di Wang Bing resta un oggetto ostico. Forzando a tal punto i limiti del mezzo documentario è innegabile la sensazione che l’esperimento inciampi nel perimetro dell’avanguardia cadendo nell’espressione fine a se stessa. L’obiettivo di consegnare allo sguardo del pubblico tutta la natura primitiva di questi essere umani dimenticati dalla modernità è raggiunto, non c’è dubbio. Si conclude la visione con un’empatia enorme nei confronti delle piccole. Ma sarebbe stato lo stesso se la durata globale del materiale finito fosse stata ridotta a, per dire, novanta minuti? Wang Bing è conscio di mettere alla prova lo spettatore medio? Probabilmente sì, ma l’impressione è che non gli importi altro che la sua idea di cinema.
Coerente in maniera assoluta e rigorosa al proprio linguaggio cinematografico, Wang Bing torna al documentario e sembra volerci restare visti i progetti futuri. Three Sisters non ha quella forza incredibile che ogni fotogramma di The Ditch trasmetteva, e forse questo è il suo difetto più grande: aver distratto Wang Bing dalla sua vera rivoluzione.

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