Alienoid

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Il blockbuster coreano del 2022 è probabilmente questo Alienoid, opera in due parti girate back to back come precedentemente avvenuto per il “simile” Along with the Gods.

Il film parte in sordina ma lentamente si sviluppa e avviluppa in una sceneggiatura complessa e articolata, composta di continui e non lineari spostamenti e viaggi nel tempo, dal regno Goryeo (918-1392) al presente.

Come purtroppo molti blockbuster e principalmente quelli a cui il film strutturalmente fa riferimento, ovvero quelli statunitensi, il film si muove privo di anima in una perenne ricerca di pubblico di massa, quindi senza proporre praticamente mai nulla che possa risultare perturbante, scorretto o eccessivamente libero.

E se come al solito visivamente imita la resa visiva hollywoodiana (ma nel momento storico in cui Hollywood insegue quella cinese e l'intermedialità giapponese) risulta invece una sorta di involontario pastrocchione visivo pop sullo stile del cinema indiano del decennio scorso citando però ripetutamente quello di Hong Kong, principalmente wuxia e con leggeri ma evidenti omaggi a quello di Stephen Chow (maggiormente Forbidden City Cop) e uno sbilanciamento verso la più becera comicità cantonese.

Sembra così un film di Wong Jing recente (alla New Kung Fu Cult Master, per capirci), con la stessa tendenza naif e caciarona, una resa visiva più competitiva ma con meno anima e libertà. E di questo ha la l'impronta “letteraria”, corale, piena di sottotrame, personaggi, confusione narrativa, intrecci scombussolati.

In più una spruzzata del giapponese G.I. Samurai di Kōsei Saitō nel suo avvicendare un crossover tra combattenti moderni e tecnologia catapultata nelle epoche passate.

Insomma, un calderone di cose mescolate tra loro in modo discutibile, con coreografie marziali maestose ma caotiche e grossolane, e pregiato però da alcune sequenze di sicura resa che sono alcune di quelle più colme di effetti digitali.

Effetti probabilmente gestiti da più aziende vista anche la costante discontinuità tra quelli di scena in scena. Ma alcune posseggono una certa perizia e polso che cozza però con la regia anonima di Choi Dong-hoon, sopravvalutatissimo regista di Assassination ma autore di alcuni titoli abbastanza incisivi della cinematografia coreana, come Tazza: The High Rollers e The Big Swindle. Segno che come negli USA, appunto, le sequenze di effetti date in pasto a tecnici esterni seguano logiche produttive e dinamiche svincolate da una coerenza centrale autoriale.

Realizzato con un budget di tutto rispetto il film si è rivelato un parziale flop, segno che opere così anonime e inoffensive se non date in mano a dei registi di talento hanno meno appeal di film più piccoli, anche meno riusciti di questo ma che si piazzano ai primi posti dei botteghini locali, come paradossalmente i precedenti film del regista, tutti in testa ai maggiori incassi di sempre in patria.